Medicina Psicosomatica Ovvero Gli ammalati hanno anche un’anima

Medicina Psicosomatica Ovvero Gli ammalati hanno anche un’anima! Si definisce una persona in buona salute quando gode di uno stato psico-fisico buono , cioè a dirsi, si sente bene nella psiche e nel corpo. Quindi la definizione stessa di buona salute implica un concetto psico-somatico.

La dicotomia fra corpo ed anima che si è creata soprattutto nel secolo scorso delineando una linea di demarcazione netta fra soma e psiche è quanto di più artificioso si sia potuto fare , dato che in natura non esiste nulla di ben demarcato, definito, ma tutto è un insieme, nell’uno c’è il tutto come nel tutto c’è l’uno.

Corpo, anima(la parte più antica, la emozionale) ed animo(la parte più moderna, la razionale) sono fusi in un tutt’uno.

Per avere uno stato di ben-essere è necessario che tutte e tre le componenti funzionino al meglio delle loro possibilità!

Dunque, per avere uno stato di ben-essere non basta solo avere un fisico sano con tutti gli organi che funzionano a dovere, ma anche una mente sana.

Fatta questa doverosa premessa di carattere generale, si può tranquillamente affermare che la MEDICINA PSICOSOMATICA come branca a se stante della medicina in generale, non esiste di per sé e tanto meno è da considerarsi una medicina alternativa, perché qualunque malattia riguarda l’individuo nel suo insieme e non per singolo apparato.

Però esiste il “sanitario” psicosomatico, cioè quella persona che a diverso titolo si occupa della salute del malato, cioè che va oltre al solo aspetto fisiologico perché considera l’individuo nel suo insieme, tenendo conto della sua personalità(anima + animo per intenderci)! E non solo per quanto riguarda la logica conseguenza della malattia sullo stato d’animo ,(assistenza psicologica durante lo stato di malattia) ma considerando questo anche come concausa o addirittura causa della malattia stessa.

Questa è la cosa più difficile da ammettere da parte dei colleghi medici, anche se poi abusano della parola stress!

Quindi non esiste il malato psicosomatico né la malattia psicosomatica, perché siamo già esseri psicosomatici.

In poche parole, il mal-essere dell’animo, quindi spirituale, viene trasformato in qualcosa di tangibile, cioè in materia e quindi in un mal-essere fisico ,attraverso il processo detto di somatizzazione. Tale processo non è altro che “una non elaborazione razionale ed emozionale di uno stato di disagio profondo che viene scaricato sic et simpliciter su un organo che simbolicamente meglio rappresenta quel disagio stesso, fino al punto di arrivare , addirittura , a lesionarlo.

La simbologia degli organi nasce da fattori culturali o religiosi e dal linguaggio comune, il quale a sua volta, trae spunto dall’osservazione dei fenomeni materiali e li adatta al linguaggio figurato.

Il cuore, per esempio, fin dai tempi degli egizi era considerato la sede dell’anima. Nel processo di mummificazione il cervello veniva aspirato attraverso la lamina cribra e gettato via, mentre il cuore doveva rimanere in sede, perché doveva essere pesato nell’aldilà per stabilire il premio o la condanna del defunto per l’eternità.

Ancora oggi nel parlar comune si usa il cuore come sede dei sentimenti d’amore.

Basti pensare all’icona del Sacro cuore di Gesù, o al simbolo degli innamorati per S. Valentino.

Inoltre penso che sia verificabile da parte di tutti, quanto sia usato il linguaggio fisiologico per esprimere degli stati d’animo riguardanti, prevalentemente, l’apparato digerente, il respiratorio ed il circolatorio.

Questo fenomeno trova spiegazione nel fatto che l’ambiente è stato percepito ed è sempre percepito con il corpo ed il linguaggio, che si crea successivamente per relazionarsi meglio con gli altri soggetti della stessa specie, ha preso “a prestito” le parole più semplici e di facile comprensione riguardanti la materia per esprimere anche il pensiero che materia non è!

La parola stessa emozione, che deriva da eme ed azione (azione sul sangue) esprime “quel qualcosa” che è capace di far variare il flusso del sangue (rossore, pallore, addirittura svenimento) in un corpo, rendendo immediatamente visibile una reazione interiore, quindi invisibile .

Quindi un buon medico, davanti ad una qualsiasi patologia, deve sempre prendere in considerazione lo psichè del malato.

Sia ben chiaro che nessuno si sogna di negare principi scientifici quali sono quelli affermati dalla genetica o dalle leggi della familiarità e che sono alla base dell’eziologia delle malattie, ma altrettanto ritengo giusto che non si debba negare ciò che è da secoli, e ben prima delle scoperte scientifiche, è sotto gli occhi di tutti e cioè che la visione della vita, che poi porta al comportamento ed all’interpretazione degli eventi, possa essere causa o concausa della patologia stessa, anticipandone per esempio l’insorgenza o aggravandola.

A tale proposito vorrei ricordare che familiarità( cioè il termine usato in medicina per indicare la maggior predisposizione per stati patologici per discendenza) deriva da famiglia, che è il luogo dove solitamente si completa l’individuo fisicamente e dove si forma eticamente, moralmente, con un processo di tipo imitativo(più spontaneo) ed educativo(più impositivo).

Quindi il termine familiarità va inteso non solo in senso genetico, ma anche in questo senso.

Allora sarà bene considerare che, per esempio, dietro a tanti pruriti ci sono “rogne da grattare” come dietro agli infarti ci sono lutti (intendendo con questo termine tutte le varie forme di separazione, compreso quelle dal lavoro) non elaborati, o che dietro l’acne ci sono contrasti interiori, di tipo ”adolescenziale”, o come dietro le coliti ulcerose, con le sue stigmate sanguinanti, c’è una sofferenza profonda per un forte senso di ingiustizia o che dietro al diabete c’è sempre un senso di una vita amara(amara la vita, dolce il sangue dalla cui filtrazione deriva l’urina, dolce anche lei!), ecc. ecc.

Per concludere questo mio contributo scientifico, riporto una dichiarazione apparsa in un articolo del Corriere della sera di qualche anno fa del cardiologo Attilio Maseri, che ha avuto in cura la regina Elisabetta e papa Paolo Giovanni II e che recita: “dobbiamo rimettere al centro dell’attenzione il paziente, con la sua individualità e le sue ansie, per offrire ad ognuno una terapia personalizzata su misura”.

Nei miei vent’anni di esperienza di medico di base, ho proprio verificato questo : per curare(prendersi cura di) un paziente non è solo sufficiente fare una buona diagnosi con tanto di prognosi e prescrivere una terapia farmacologica(ci sono molecole meravigliose al giorno d’oggi) e dettare norme dietetiche o igieniche, ma è necessario anche aiutare il paziente ad elaborare “mentalmente” il proprio stato di malattia per evitare la cronicizzazione o le recidive, oltre che ad avere una migliore adesione alle terapie. Come? Spiegando al malato la propria patologia non solo dal punto di vista somatico o fisiologico, ma anche da quello del carattere, facendogli vedere quanto spesso la malattia e la propria visione della vita, siano strettamente correlate.

Ecco perché, dopo vent’anni di medicina di base, dedicati prevalentemente al soma, ho deciso di dedicarmi esclusivamente alla psichè, scegliendo di fare lo psicoterapeuta.

Dr. Gaetano Giovi.

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Gaetano Giovi

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